giovedì 24 settembre 2026

METÀ DEGLI ITALIANI NON PAGA NEANCHE UN EURO DI TASSE!

Ogni anno, quando escono questi dati, mi sento rimescolare dal profondo e mi irrito fortemente: “mi sento torcere”, come si dice dalle mie parti.
Sto parlando dell’enorme evasione fiscale che c’è in Italia: perché di evasione, in tutta evidenza, si tratta. Nonostante l’economia non brillantissima, nonostante l’aumento della spese per le fonti energetiche e considerata anche quel po’ di inflazione che abbiamo, non è possibile che una delle maggiori potenze economiche mondiali (sì, lo siamo ancora) abbia un popolo che, per quasi metà dei suoi componenti (46 per cento), cioè 24,8 milioni di persone, nel 2025 non ha pagato neanche un euro di tasse perché non ha reddito.
Sono i dati che emergono dal rapporto annuale di “Itinerari previdenziali”, un centro di studi e ricerche che fa capo all’ex ministro Alberto Brambilla.
Ancora una volta sono i lavoratori dipendenti come me a sostenere la maggior parte della contribuzione finanziaria con la quale i servizi pubblici e tutta l’assistenza che viene dallo Stato vengono offerti a tutti, ovviamente anche a chi non contribuisce per niente.
Quelli come me pagano per forza di cose fino all’ultimo centesimo di tasse, vedendosi la busta paga decurtata enormemente tra fisco e previdenza: poi scopriamo o, per meglio dire, veniamo confermati nella nozione che sulle nostre spalle gravano sfaccendati ed evasori; inoltre, se consideriamo i contributi previdenziali, dobbiamo anche considerare che poi ci sentiamo dire che andremo in pensione sempre più tardi ed avremo una cifra mensile che sarà il 65 % della busta paga.
L’evasione fiscale resta uno dei più grossi problemi italiani ed il risultato è che i soli fessi pagano per tutti. Immaginiamo che servizi di qualità potremmo avere se TUTTI pagassero le tasse! Quanti aiuti lo Stato potrebbe erogare per chi ne avesse VERAMENTE bisogno! Perché, poi, oltre al danno c’è anche la beffa: i falsi poveri, nel senso che sono poveri ufficialmente, percependo in realtà solo redditi in nero, devono pure essere assistiti!
C’è poi l’altra categoria di quelli che dichiarano qualcosa, ma è enormemente lontana dal vero: dichiarano cioè entrate largamente inferiori alla realtà.
Alla fine il popolo con la busta paga è quello che regge questo Paese, da decenni. Ma, a parte che questa cosa è sommamente ingiusta, per quanto si potrà reggere ancora in queste condizioni?

domenica 20 settembre 2026

LA VITA PRIVATA ED IL TEMPO LIBERO? PER LA GENERAZIONE Z CONTANO MOLTO PIÙ DEL LAVORO

Il tempo libero, gli affetti, la famiglia, gli amici? Contano di più della carriera e dello stipendio.
Lo pensano i giovani di oggi.
Questo sorprendente e meraviglioso atteggiamento, che mi fa riguadagnare stima del genere umano e dei giovani, proviene da uno studio condensato nel “Gen Z Intelligence Report”, che è la prima indagine italiana dedicata alla cosiddetta Generazione Z, cioè a quelle persone nate tra il 1997 ed il 2012, e che quindi attualmente hanno meno di trent’anni (beati loro) ed alla loro relazione con il mondo del lavoro.
È realizzata dal “Sole 24 Ore”, con “24 Ore Ricerche e Studi”, WTW e con la collaborazione di University Box.
Lo studio viene condotto continuativamente su un panel che conta oltre un milione e duecentomila giovani.
Dunque, dall’esame delle dichiarazioni di oltre un milione di ragazzi italiani infra trentenni risulta un rovesciamento completo di quelli che sono stati considerati valori per moltissimo tempo: il “posto di lavoro buono”, cioè a tempo indeterminato e che garantisca un lauto stipendio, crescente nel tempo, e magari consenta di fare carriera, scalando posizioni di potere, sia nell’impresa privata che nel settore pubblico. E tutto questo anche a scapito degli affetti familiari e delle amicizie, nonché comprimendo il tempo libero, situazione enormemente peggiorata da quando siamo entrati nell’epoca della connessione perenne, a causa (stavo per dire “grazie”) soprattutto degli smartphone. Essere sempre raggiungibili significa essere sempre a rischio di seccature dal datore di lavoro: seccature a cui, ça va sans dire, non ci si può sottrarre facilmente, se non altro per quieto vivere.
Tuttavia siccome, entro il 2030, un lavoratore su tre apparterrà alla Generazione Z le imprese ed i datori di lavoro in generale devono tener presente questo dato, perché altrimenti resteranno a loro volta sorpresi e presi in contropiede da un atteggiamento inedito: quello, cioè, di una generazione che rinuncia a maggiori opportunità lavorative ed a maggiori guadagni perché comporterebbero un eccessivo sacrificio del proprio tempo libero ed andrebbero troppo a detrimento della propria vita privata.
Secondo l’indagine, per il 60,4 % dei giovani italiani la cosa essenziale è salvaguardare l’equilibrio tra il lavoro e la vita privata. Il 47,6 % ritiene importanti la sicurezza e la stabilità economiche, ma bisogna arrivare al 39,6 % per trovare chi pensa che sia importante l’entità della retribuzione. Infine, solo il 29,8 % ha ambizioni di carriera.
Inoltre il 52 % dei giovani intervistati ha affermato che, se fosse sottoposto ad un eccessivo carico di lavoro, si licenzierebbe. Tuttavia, nel contempo, in parziale contraddizione con quanto detto sopra, il 54 % ritiene che lo stipendio debba essere buono, cioè “competitivo”.
Il 38 %, infine, ritiene che avere del tempo libero in più sia un benefit interessante, non la palestra, l’auto aziendale o la seduta di wellness.
Detto così, sembrerebbe di poter concludere che i giovani contemporanei italiani siano degli sfaticati: vogliono i soldi, ma lavorando il meno possibile.
Ovviamente queste sono conclusioni affrettate, perché il problema è molto più complesso ed investe tematiche sociali importanti, andando ad impattare su questioni che datano dalla prima storica Rivoluzione industriale.
Visto dalla parte degli imprenditori, come riassume il “Sole 24 Ore”, “non basta puntare su un aspetto o sull’altro per trattenere i talenti, ma diventa fondamentale saper creare un pacchetto che garantisca un corretto rapporto tra retribuzione, attività ed equilibrio vita/lavoro”.
Forse non è eccessivo ritenere che stiamo assistendo ad una mutazione antropologica della figura del lavoratore: i giovani di oggi, le nuove generazioni, ci stanno chiaramente dicendo, e lo stanno dicendo anche al mondo del lavoro, che non sono disposti a vivere per lavorare, ma a lavorare il giusto necessario per vivere. Ci stanno dicendo che sbaglia chi sacrifica la propria dimensione privata ed i propri affetti per fare lo stakanovista o, ancora peggio, per la carriera.
Questa indagine non ha riscosso molto interesse sui media, forse perché troppo marcatamente riconducibile ad un giornale che, oltretutto, è l’organo della Confindustria: eppure è veramente interessante, se non altro perché testimonia uno spostamento di paradigma epocale riguardo ad uno degli aspetti cruciali dell’organizzazione capitalistica.

lunedì 24 agosto 2026

QUEL BAMBINO MIGRANTE È GESÙ

Il card. Matteo Zuppi, presidente della Conferenza Episcopale Italiana, incontrando a Rimini gli uomini della Guardia Costiera, ha citato l’episodio di un militare che si è tolto i calzini per metterli ad un bambino migrante infreddolito, appena recuperato in mare.
Zuppi ha detto: “C'è quella foto di uno di voi con un bambino che è appena sbarcato, che non aveva le calze, e questo collega vostro si toglie le calze e gli mette le calze sopra. La conservo qua, quella è l’umanità”.
Oggi il “Corriere della Sera” individua e intervista il militare in questione: si chiama Antonio Giuliano e l’episodio risale al dicembre del 2024.
Giuliano vorrebbe sapere che fine abbia fatto quel bambino e se stia bene. Probabilmente qualche mass media lo rintraccerà e ce ne riferirà.
Mi è venuto improvvisamente in mente un famoso passo biblico, e mi meraviglia che non ne abbia parlato il cardinale. È quel passo nel quale Cristo ritorna sulla terra nel giorno del Giudizio Universale, dove verranno giudicati tutti, i vivi ed i morti, e riconosce grande valore alla carità fatta ai bisognosi, perché la considera fatta a lui personalmente.
Il passo è quello contenuto nel capitolo 25 del Vangelo di Matteo, ai versi da 31 a 40.
Lo ripropongo di seguito nella versione della Cei del 1974: è stata sostituita da traduzioni più recenti, ma la porto nel cuore perché è la Bibbia della mia infanzia:
“31 Quando il Figlio dell’uomo verrà nella sua gloria con tutti i suoi angeli, si siederà sul trono della sua gloria. 32 E saranno riunite davanti a lui tutte le genti, ed egli separerà gli uni dagli altri, come il pastore separa le pecore dai capri, 33 e porrà le pecore alla sua destra e i capri alla sinistra. 34 Allora il re dirà a quelli che stanno alla sua destra: Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla fondazione del mondo. 35 Perché io ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere; ero forestiero e mi avete ospitato, 36 nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, carcerato e siete venuti a trovarmi. 37 Allora i giusti gli risponderanno: Signore, quando mai ti abbiamo veduto affamato e ti abbiamo dato da mangiare, assetato e ti abbiamo dato da bere? 38 Quando ti abbiamo visto forestiero e ti abbiamo ospitato, o nudo e ti abbiamo vestito? 39 E quando ti abbiamo visto ammalato o in carcere e siamo venuti a visitarti? 40 Rispondendo, il re dirà loro: In verità vi dico: ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me”.
Quel bambino migrante, che Salvini vorrebbe buttare fuori a calci nel culo o mettere in un lager, così come il gen. Vannacci e tutte le destre estreme, sovraniste e xenofobe d’Europa, per non parlare di Trump, peraltro tutti movimenti che affermano a gran voce di essere cristiani… Ebbene, quel bambino è Gesù. Che si sappia. Vorrei che tutti i sedicenti cristiani lo ricordassero, qualche volta. Anche la premier Giorgia Meloni che proclamava “sono una donna, sono una madre, sono italiana, sono cristiana”.

lunedì 17 agosto 2026

IL FURTO DELLE OPERE DI ANTONELLO DA MESSINA E QUEI PUNTI OSCURI

Dopo aver appreso del furto del polittico di Antonello da Messina dal museo di Messina (appunto) si sono imposte nella mia mente tre riflessioni.
La prima è che sarebbe stato benissimo nella mia camera da letto.
La seconda è che mi pare veramente assurdo che i ladri abbiano abbandonato due tavole per strada. Ho pensato ad un dialogo surreale alla Aldo, Giovanni e Giacomo, tipo: “Cazzo, te lo avevo detto che dovevamo portare il borsone grande! Ora non ci sta dentro tutto!”. Se poi le hanno perse scappando, la cosa è ancora più pazzesca: significa che queste persone, pur capaci di effettuare un colpo del genere, poi non siano state in grado tenersi stretta in grembo la refurtiva!
Infine, il ruolo dei custodi: ben quattro. Com’è possibile che non si siano accorti di niente? Dove stavano?! Non è che fossero presenti solo sulla carta, visto che era la sera di Ferragosto?

IL PROF DI CAMBRIDGE HA COPIATO O NO? QUESTO È L’UNICO PUNTO DA CHIARIRE

Sulla vicenda di Jason Arday, il professore di colore dell’Università di Cambridge, si sta scatenando in Gran Bretagna uno scontro politico-ideologico.
Accusato di avere mentito su molti aspetti della storia della sua vita, ma soprattutto di aver copiato la tesi di dottorato che gli è valsa il posto nella prestigiosa università, Arday si è suicidato.
Ora sono in molti a difenderlo, “buttandola in politica”, affermando che è stato perseguitato perché non era un bianco e non apparteneva all’establishment.
Onestamente questa polemica mi lascia freddo.
Quello che desidero sapere, e spero che verrà appurato “al di là di ogni ragionevole dubbio” (secondo la formula anglosassone dei procedimenti giudiziari), è se sia vero che egli abbia scopiazzato i lavori altrui per diventare un professore universitario.
Ho sempre odiato la categoria dei “copioni”. Ieri i blog ed oggi i social sono il paradiso del copia-incolla di testi originali, che spesso sono il frutto di ricerche e studi, partoriti da altri: senza autorizzazione e, come se non bastasse, senza neanche citare la fonte.
Per me questa è una pratica criminale. Non ho pena se Arday si è suicidato perché scoperto. La sua colpa, se effettiva, è talmente monumentale, talmente inaccettabile, talmente sovvertitrice della correttezza professionale e dell’ordine delle cose da essere imperdonabile e da non consentire compassione verso chi se ne macchia. Questo modo di fare è un’offesa per tutti gli studiosi seri ed anche per chiunque produca un lavoro originale, fosse anche un articolo di giornale.
È inutile lanciare accuse di razzismo. Arday era un “ricopione” (come si dice a Roma) o no? Questo è l’unico punto da chiarire.

MA FONTANA SARÀ DAVVERO MEGLIO DI SALVINI?

Da lunga pezza mi chiedo come sia possibile che la Lega mantenga al suo vertice un personaggio come Matteo Salvini, durante la cui leadership è scesa da un consenso popolare elevatissimo (e non solo al Nord) fino ai pochissimi punti percentuali che le attribuiscono da mesi tutti i sondaggi, oltre che ad essere effettivamente calata in maniera vistosa, negli ultimi anni, di elezione in elezione.
Per molto meno qualsiasi capo sarebbe stato cacciato a calci in culo. L’unica motivazione possibile della sua “resilienza” (per usare un termine tanto di moda oggi) è che i vertici del partito, quelli che dovrebbero cacciarlo, siano tutti legati a lui da forti motivi di riconoscenza: e mi fermo qui per carità di patria.
Tuttavia, finalmente, le cose si muovono. Il governatore della Lombardia, Attilio Fontana, nelle ultime riunioni politiche della Lega ha detto chiaramente che deve essere rimesso tutto in discussione: metodi, uomini ed anche la leadership. Cosa che ha ribadito oggi, apertamente, sul “Corriere della Sera”.
Probabilmente per Salvini è cominciato il conto alla rovescia, ed anche troppo tardi. Tuttavia la piattaforma politica che propone Fontana non mi garba per niente: ritorno agli ideali della Lega storica, e cioè federalismo spinto e, nel lungo periodo (anche se non si azzarda ancora a dirlo), la secessione dall’Italia.
Già oggi, col federalismo attuale, le regioni del Nord si avvantaggiano moltissimo della ricchezza che producono: cosa giusta, in linea di principio, ma disastrosa in un Paese dove ampie fette di territorio e di popolazione (il solito Meridione, in primis) ancora arrancano: e pensare che l’Italia si è riunificata nel lontano 1861…
Dunque, passasse la linea Fontana, avremmo di nuovo un partito che lotterebbe per isolare sempre più il Settentrione dal resto d’Italia, cullandosi nell’illusione di un’isola felice: cosa assurda, nel mondo iper-interconnesso di oggi.
Vuoi vedere che, alla fine, dovremo rimpiangere Salvini?!
Dovremo dunque usare di nuovo (dopo Mussolini, dopo Berlusconi) il motto romanesco “Aridatece er puzzone”?!
Dovremo ancora pensare che si stava meglio quando si stava peggio?

giovedì 9 luglio 2026

MEMO PER LA MELONI: I BULLI COME TRUMP SI DEVONO AFFRONTARE A MUSO DURO

Questa cosa di non replicare, di far finta di niente, di fare buon viso a cattivo gioco, in generale non la capisco e non la condivido; ma quando si tratta di Trump, non la capisco proprio e non la condivido per niente.
Sembra incredibile e fa capire in che tempi viviamo ed a che punto siamo giunti (“O tempora, o mores!”, “Che tempi, che costumi!”, si lamentava, invano, già Cicerone), ma quando un bullo diventa presidente degli Stati Uniti non dobbiamo stare sempre a considerare che è, comunque, il presidente degli Stati Uniti, ma dobbiamo concentrarci sul fatto che è un bullo: una brutta persona, cioè, che ha per comportamento abituale quello di minacciare, sopraffare, insultare, umiliare il prossimo che non gli si inchina e prostra davanti.
Quando il gradasso della Casa Bianca ha postato sul suo odioso social personale, Truth, il concetto – assurdo e ridicolo – che la Meloni lo aveva implorato di farsi un selfie con lui, la nostra premier ha risposto per le rime con un video social. Ma poi la parola d’ordine del governo è stata di non disertare le celebrazioni dell’anniversario dell’indipendenza americana (sono 250 anni) ed il party all’ambasciata americana a Roma. Il capo del governo non ci è andato, ma il ministro degli Esteri Tajani e mezzo governo sì.
ERRORE!
La prima cosa da fare era disertarlo: “Festeggiatevi tra voi”, questo doveva essere il messaggio.
Infatti questo fair play italiano è stato subito frainteso da Trump che ha fatto un altro post orribile, dicendo che per la Meloni ci vorrebbe un “ordine restrittivo”, come si fa per allontanare gli stalker dalle vittime: intendendo, ovviamente, che lo stalker era la Meloni e lui, povero Donalduccio, la vittima.
La premier ha deciso stavolta di non replicare, anche se al summit della NATO in Turchia si è dimostrata freddissima verso il presidente americano: il quale ha bellamente continuato a svillaneggiare la NATO ed i premier europei anche ad Ankara.
È notorio che i bulli si devono affrontare con determinazione, perché altrimenti si sentono autorizzati a proseguire nella loro condotta. Spesso, quando lo si fa, si scopre pure che di fondo nascondono una certa vigliaccheria, anche perché di solito un bullo fa il bullo con i più deboli o con chi si mostra tale.
“Chi si fa pecora, il lupo se la mangia”: questo antico proverbio italiano conferma ancora una volta che la saggezza popolare secolare capisce le cose molto prima di noi e che difficilmente c’è qualcosa di nuovo sotto il sole: sono dinamiche antiche, conosciute, magari solo chiamate con altri nomi.
Dunque che cosa bisognerebbe fare quando Trump insulta il nostro capo del governo? Le cose che si fanno quando ci si trova di fronte ad un incidente diplomatico, perché di questo si tratta: convocare l’ambasciatore americano e fargli una sonora lavata di testa, di quelle dove gli si grida addosso per un’ora, sbattendo i pugni sul tavolo. Al secondo incidente, richiamo a Roma dell’ambasciatore italiano a Washington “per consultazioni urgenti”. E poi si continua nell’escalation: espulsione dall’Italia di dipendenti dell’ambasciata americana, a cominciare dai gradi più bassi fino a minacciare l’ambasciatore in persona.
Insomma, bisogna metterla giù dura per vedere fin dove veramente Trump è capace di arrivare. Sono arcisicuro che nemmeno lui può accettare di mettersi contro tutto il mondo, e specialmente gli alleati storici degli USA.
Bisogna comunque dire che, in effetti, nessun Paese occidentale ha voluto imbarcarsi nell’avventura di affrontare a muso duro Trump, tranne un po’ la Francia. Ma quello che io vedo è che continuare a dire che non è successo niente, che i rapporti con gli Stati Uniti sono ottimi, che “mai nessun ci dividerà, tra-lla-lla-lla-llà”, come nella canzoncina dei tre piccoli porcellin, non serve proprio a niente, se non a confermare Trump nella convinzione che il bullismo sia la cifra stilistica della moderna politica internazionale.
In cauda venenum, bisogna aggiungere che la Meloni questi comportamenti se li è cercati, come non ha mancato di far notare l’opposizione. A cosa è servito fare la super-trumpiana, la suffragetta MAGA, l’alleata di ferro? A niente, solo a mettere nella testa di Trump l
’idea che fosse una donnina insignificante che lui avrebbe potuto rigirarsi come gli pareva. 

lunedì 8 giugno 2026

L’IA E’ INNANZITUTTO UN PERICOLO AMBIENTALE

Si fa un gran discutere dell’Intelligenza Artificiale soprattutto dal punto di vista etico: questa persona virtuale che diventa sempre più acuta ed impara a scimmiottare la personalità umana, sarà ad un certo punto effettivamente simile all’uomo? E come dovrà essere gestita, questa cosa? Ed inoltre: potrà costituire un pericolo per la razza umana?
Non sono interrogativi oziosi e nemmeno si tratta di problematiche di là da venire, perché gli sviluppi della tecnologia sono incredibilmente veloci e potremmo trovarci nei guai in men che non si dica.
Ma forse qualcosa attenterà molto prima al benessere dell’umanità: la quantità di energia e di risorse ambientali che l’IA richiede per il suo funzionamento.
Già adesso l’energia elettrica necessaria equivale al consumo annuale della Francia. È insomma come se fosse improvvisamente sorto, da un giorno all’altro, un nuovo Paese industrialmente avanzato da sostenere energeticamente.
Secondo un rapporto dell’ONU presentato la settimana scorsa, entro il 2030 le infrastrutture che servono l’IA richiederanno una mole di energia elettrica pari a 945 miliardi di chilowatt ogni ora! Una grandezza spaventosa che già comporta, e sempre più comporterà, la necessità di produrre tutta questa elettricità, il che significa un maggior impiego dei vituperati combustibili fossili, con aumento del loro prezzo (dato l’aumento della domanda) ed aumento soprattutto dell’inquinamento.
Come se non bastasse, per raffreddare l’enorme calore provocato da questa massa infinita di circuiti elettronici bisognerà utilizzare nel 2030 9,3 trilioni di litri d’acqua, vale a dire la quantità di cui ha bisogno tutta l’umanità in un anno e mezzo.
Difficile poter pensare che un andazzo del genere sia ecosostenibile. Questo potrebbe significare che l’umanità ed il pianeta andranno in grossa difficoltà ancor prima che l’Intelligenza Artificiale diventi quell’essere demoniaco che vorrà soppiantare l’uomo nel dominio del mondo.

GRAZIE, TRUMP, PER AVERCI DIMOSTRATO CHE IL REGIME DI TEHERAN E’ INAMOVIBILE...

Alle volte mi domando cosa abbiamo fatto di male per meritarci Donald Trump.
È un elemento di disordine mondiale in servizio permanente effettivo, e ci vorrebbero ponderosi tomi per elencarne le malefatte.
Tuttavia per una cosa devo ringraziarlo: aver dimostrato che il regime iraniano non può essere spodestato.
Nel 1979 avevo dieci anni e l’Iran uscito dalla rivoluzione khomeinista, che aveva deposto lo Shah di Persia, già rompeva le scatole agli Stati Uniti ed al mondo occidentale: per oltre un anno, a partire da quella data e freschi del cambio di regime, i mullah, con la partecipazione entusiasta del loro braccio armato, i pasdaran, avevano già preso in ostaggio tutti i presenti nell’ambasciata americana a Teheran: un fatto di una gravità inaudita, assolutamente inedito nella storia.
Da quel momento è stata tutta una impressionante successione di azioni di disturbo, specie di tipo terroristico, quantomeno ispirate da Teheran, che si costruiva una dimensione geopolitica di potenza regionale attivando anche forze ad essa vicine, come Hezbollah in Libano.
Da quando ho cominciato ad interessarmi della politica internazionale, cioè a quindici anni, regolarmente mi sono chiesto cosa sarebbe accaduto se, finalmente, un presidente americano, invece di abbozzare per quieto vivere, avesse deciso di dare uno scossone all’Iran a suon di bombardamenti.
Ebbene, dal 1979 ne sono dovuti passare di presidenti finché qualcuno, e cioè Trump, ha lanciato un attacco militare a Teheran; quasi sempre insieme ad Israele. Prima ha cercato di obliterare i siti dedicati allo sviluppo della bomba atomica; quindi ha demolito postazioni militari, missilistiche ed infrastrutture con una potenza di fuoco veramente spaventosa.
Qual è stato il risultato? La Guida Suprema è morta, i dirigenti del regime sono stati decimati, ma politicamente non è cambiato niente salvo, forse, una leggera sopravvenuta preminenza dei pasdaran sugli Ayatollah. Di proteste popolari non vi è più nemmeno l’ombra, dopo repressioni ancora più feroci del solito.
Gli iraniani hanno bloccato lo Stretto di Hormuz, fermando le esportazioni di petrolio dal Golfo Persico, con ricadute economiche e finanziarie mondiali, oltre ovviamente all’aumento del prezzo dei carburanti.
Insomma, Trump ha dimostrato che, nonostante una disparità eccezionale di potenza, il regime iraniano resta al suo posto, continuando a sparare missili dappertutto (dai Paesi rivieraschi fino ad Israele) ed è in grado di strozzare il Golfo Persico.
Quindi lo ringrazio, perché ci ha dimostrato che il regime iraniano è inamovibile. A meno che non si mettano gli “stivali a terra” (“boots on the ground”), cioè non ci si impegni ad una invasione di soldati. Ma al giorno d’oggi nessuno vuole farle più, queste cose. Oggi vogliamo risolvere tutti i problemi bombardando dall’alto, comodamente. Ma le cose non cambiano solo perché lo vuole Trump, per cui adesso sta rischiando una sonora sconfitta politica che, almeno spero, ridimensionerà il suo ego ipertrofico.
Trump è un essere talmente impresentabile che ha compiuto il capolavoro di far simpatizzare per l’odioso regime di Teheran.


BENVENUTI


Ricomincio da qui.
Libero.it ha deciso che il 9 giugno 2026 chiuderà tutti i blog ancora in funzione.
È il tramonto di quella che fu una gloriosa e pionieristica piattaforma.
Lo so, i blog sono stati dichiarati tramontati da almeno quindici anni, uccisi e sostituiti dai social network.
Tuttavia il mio blog compiva vent’anni proprio in questo 2026 e, scusate, la cosa mi dispiace.
Ricomincio dunque con Blogger, se a qualcuno potrà interessare.

METÀ DEGLI ITALIANI NON PAGA NEANCHE UN EURO DI TASSE!

Ogni anno, quando escono questi dati, mi sento rimescolare dal profondo e mi irrito fortemente: “mi sento torcere”, come si dice dalle mie p...